M.I.D. Movimento Italiano Disabili
PER UNA TOSCANA DEI DIRITTI, TUTTI DIVERSAMENTE UGUALI
Partecipanti: Presidente MID Francesco Ferrara, Coordinatore Regione Toscana Marioara Sivu, Coordinatore Provincia Carrara Fabio Basile – esponenti politici PD, PDL, lista Bonino, Radicali Carrara …
La riunione di sabato 06/03/2010 a Marina di Carrara ha già chiaramente scatenato il dibattito, come potete vedere.
D’altronde il luogo era molto stimolante, essendoci riuniti in un Centro molto particolare, un tentativo di fare sintesi tra le nuove elezioni ed i problemi del MID. Certo qui l’utenza tipica è il diversamente abile, che continua comunque a scontare, come media nazionale, tanti anni di tempo prima di poter trovare una soluzione ai problemi che ogni giorno emergono (anche senza tener conto della crisi congiunturale di oggi). Solo una particolare categoria di utente forse meno bisognosa di altre ma che comunque anch’essa stenta a servirsi del servizio pubblico.
I margini di miglioramento per l’azione pubblica sembrano peraltro evidenti dai interventi avvenuti come la SdS (Società della Salute) nella Regione Toscana.
Un altro aspetto toccato durante il confronto riguarda la gamma delle funzioni oggi svolte dal servizio pubblico: ad esempio la certificazione delle competenze o la convalida delle esperienze, funzioni che ci porterebbero ad essere almeno pari sul piano europeo.
Solo in Toscana (e si sta da poco iniziando anche in qualche altra regione italiana), con la recente introduzione del Sistema Regionale delle Competenze, si potrebbe oggi dare una risposta importante rispetto al Diritto del Cittadino sul piano del riconoscimento delle proprie competenze.
Chiudo il report della 1°riunione segnalando infine l’interesse suscitato dal dibattito:
Interventi:
Fabio Basile
apertura della riunione, presentazione Presidente e MID
Francesco Ferrara
presidente MID – pone accento ad un DIPARTIMENTO DISABILITA dove non devono lavorare i normodotati
evoca i punti sensibili e di forza nell’incontro della disabilità – notevole problema di essere ascoltati riscontrato nelle problematiche tra enti Comune – ASL – Regione – Provincia che inviano il disabile da uno ad altro senza porsi il problema del disabile – un esempio toccante in Lazio sono le fisioterapie …
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Quello che si vuol fare e creare una sinergia in modo che si possano eliminare le barriere architettoniche, lavorative, di sanità, mentali.
Fabio Basile
motiva le varie esigenze organizzative e da parola ai candidati per capire i loro programma sulle varie problematiche tenendo presente le vicine elezioni
Jacopo Ferri
capolista PDL – il figlio dell’ ex ministro Enrico Ferri che non tarda a sottolineare gli interventi del padre ed il suo lavoro nella Regione Toscana
trovare le soluzioni per risolvere questi problemi tenendo presente le risorse finanziarie, operare politiche da soddisfare questi bisogni
L’abbattimento delle barriere architettoniche nelle strutture pubbliche e il suo primo obbiettivo, spendere sulla comunicazione – dando risposte concrete
porta come esempio la Legge Jervolino 13/1989
Angela Ricci
candidato Radicali mette l’accento sull’importanza della L. 328/2000, convenzione ONU
problema che trova il diversamente abile sta nella quotidianità
fa leva sull’abandono della convenzione ONU, sulla discrepanza degli aspetti della politica
Francesco Ferrara
Legge per l’avviamento al lavoro – gli ispettori mancano per mancanza di fondi – questo rappresenta un male perché le ispezioni non avvengono
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Maria Teresa
Fa presente la consapevolezza a Carrara ed una certa attenzione verso il disabile, non si può fare di più – l’esempio e quello della SdS nata nel 2004 in fase di sperimentazione grazie all’impegno di Enrico Rossi
Il problema e quello dell’accesso del bisogno, dove deve andare la PERSONA – accessi razionalizzati: ASL, Comune bisogna aver un piano ben preciso
NO alle strutture che non danno alla persona ciò che serve ..
Loris Rossetti
capolista PD
la sua disponibilità e per l’invito di Fabio Basile, amico
sottolinea che ciò che si e affrontato non va fatto solo nella campagna elettorale
1° barriera – cominciare a ragionare tutti in termini di disabilità, esempio suo collega
la disabilità trova le barriere molto più grandi e meno visibili
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coordinatore Regione Toscana
punto di partenza Legge 68/1999
excursus nelle offerte per disabili – si chiede oltre a quello che fa di solito un normodotato
va controllato questo sistema – le radici non funzionanti – l’ufficio Collocamento Mirato
barriere da quelle architettoniche, morali, sociali – verso una depressione ogni giorno maggiore
non si vuole elemosinare niente ma con la pensione di invalidi non si riesce a pagare neanche le bollette – perciò tutto porta ad un esclusione sociale ogni giorno ….
ed altri …
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concludo su un diritto/dovere alla cittadinanza – CITTADINANZA ATTIVA:
I dati oggettivi parlano chiaro: con la crisi stano aumentando i fattori che facilitano o confermano l’esclusione sociale. Anche osservando le tendenze alla mobilità sociale otteniamo questo risultato (polarizzazione della ricchezza, caduta del reddito e dei consumi per una vasta area di “garantiti”, approfondimento dei processi di precarizzazione sociale e lavorativa, tendenza al peggioramento per i gruppi sociali già deboli che non trovano occasioni di promozione sociale nel restringimento dei redditi, dei consumi e dell’occupazione in atto).
Alle difficoltà dei “poveri” corrisponde con la crisi anche un numero molto ridotto di opportunità di ricollocamento al lavoro ma anche di integrazione sociale (spazi di socialità, ospitalità in strutture scolastiche e di formazione permanente, attività in sussidarietà del privato sociale), per altro in sempre più aperta competizione altri gruppi sociali più o meno forti e più o meno con esperienza,
la crisi nel dilatare e generalizzare su nuovi segmenti sociali questi stessi processi di esclusione tocca ora i nervi dell’area sociale fin ora inclusa e mette sempre più a repentaglio la coesione sociale e lo stesso rapporto tra i cittadini più “fortunati” e quelli meno “fortunati”.
Non ci sono ricette scontate nella battaglia contro l’esclusione sociale, ma certo c’è da porre di nuovo attenzione sul fenomeno dell’esclusione, superando la cultura sociale e politica che ha preferito farsi custode degli interessi della maggioranza inclusa (e in particolare di “pezzi” privilegiati di questa per acquisirne il consenso marginale). La politica invece dovrebbe fare i conti con i rischi sociali intrinseci nel modello di sviluppo e sulla impossibilità dei mercati di garantire l’assorbimento delle diverse criticità. Per dirla tutta la politica ha fortemente eluso di porre in essere obbiettivi tangibili contro processi che attentano a diritti religiosamente conservati nella nostra carta costituzionale già nei primi articoli (lavoro, Salute, rimozione delle cause di diseguaglianza, diritto all’istruzione), o lo ha inteso fare tutt’al più provvedendo al piccolo cabotaggio caritatevole (social card, piccoli aggiustamenti a favore di ristrette categorie.
Superando ipotesi palingenetiche di “giustizialismo sociale” e derivanti dagli esiti del“conflitto politico-sindacale”, e scartata l’ipotesi che sia disponibili una adattatività capace di modellare i soggetti a tutte le diverse opportunità, la battaglia contro l’esclusione sociale degli individui ha i suoi fondamenti non tanto negli strumenti attivati, quanto nel diritto/dovere di cittadinanza, nella responsabilità sociale, nella capacità di decisione e di autonomia sociale degli utenti degli stessi servizi sociali (anche di quelli più tutelati, come ci insegnano i percorsi virtuosi di “liberazione” dall’emarginazione e dallo sfruttamento).
Certo è che in questa fase potremmo lasciare tutto fare alle dinamiche sociali in atto e al mercato , affrontando i rischi dello scontro sociale che potrebbe determinarsi visto le attuali dinamiche di polarizzazione sociale. Così i ricchi e i più garantiti potrebbero trovarsi a dover fare i conti con un ampia area di disagio sociale (inutile negare che segnali su questo fronte sono già evidenti…anche se la mancata politicizzazione di queste tensioni evidentemente le riduce di importanza). Ma avremmo anche la necessità di fare i conti con il decadimento della qualità della nostra democrazia (che non può fare a meno anche dei suoi presupposti sociali). Inutile ricordare che questo potrebbe essere perfino un dejà vu del secolo breve che ha caratterizzato il momento peggiore dell’altro secolo oppure il peggior prezzo da pagare rispetto alla globalizzazione e all’insorgenza di nuovi paesi nella direzione dello sviluppo del globo.
Proprio per questo preferiamo invece pensare che sia più utile cercare di ricostruire i complicati percorsi con cui ridare tono e presenza a Servizi come quelli per la Salute, l’Abitazione, la Assistenza Sociale, l’Istruzione, i Servizi per il Lavoro, il supporto ai DIVERSAMENTE ABILI, riformulando paradigmi e modalità di azione degli stessi , facendo tutti i conti con una deriva politico-istituzionale che ne ha sminuito la valenza e fortemente ridotto le capacità relative, spesso in nome di una sviluppo che avrebbe provveduto al superamento delle stesse criticità, ma anche in presenza di forti equivoci in tema di privatizzazione-aziendalizzazione o di sussidarietà del privato sociale e della moda di pensare molte cose ad effetto, ma stando ben lontani dalle cause strutturali che generano alcuni fenomeni sociali.
Lo Stato in realtà ha sempre maggiori difficoltà (politiche ed operative) a farsi carico di crescenti necessità redistributive e compensative tra le diverse aree sociali e territoriali. Da questo punto di vista, o la politica riprende la sua capacità di guardare lontano (nel nostro caso a riguardo ad una società a forte coesione sociale e a forte capacità di assegnazione di diritti sociali e di cittadinanza) , o la semplice gestione dei singoli interessi e l’acquisizione del consenso marginale ci portano da poche parti, o meglio dritti dritti ad una società assolutamente diversa e sensibilmente meno “coesa” di quella su cui, tra alti e bassi, si è prodotta una forte convergenza sociale e politica nel dopoguerra.
Far finta di nulla, da questo punto di vista, è peggio che fare poco o smettere di fare, almeno per tutti quelli che conservano e intendono affermare l’idea di una società democratica solidale, aperta e capace di sostenere anche le sue componenti più deboli e svantaggiate.
Dr.ssa MARIOARA SIVU
Firenze, 09/03/2010

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